E se vincesse Mélenchon?
Sinistre che vincono, sinistre che perdono: dalla Colombia al Nepal, passando per Stati Uniti e Francia.
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In Francia si guarda già alle elezioni del 2027. Jean-Luc Mélenchon è tra i protagonisti, ma per molti sondaggi oggi resta lontano dall’Eliseo. Eppure, un sociologo francese è convinto del contrario.
Nel frattempo, negli Stati Uniti, i Democratic Socialists of America hanno superato quota 100.000 iscritti, il dato più alto per un’organizzazione socialista statunitense da oltre un secolo.
In Nepal, le elezioni del 5 marzo hanno segnato la netta sconfitta dei partiti comunisti, travolti da una rivolta generazionale guidata dalla Generazione Z. In Colombia, invece, la sinistra cresce e si avvicina a rivincere le elezioni.
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E se vincesse Mélenchon?
La Francia oggi ha uno dei partiti di sinistra più forti d’Europa (a sinistra del centro-sinistra, per capirci). Si tratta de La France Insoumise (LFI), guidata dal carismatico Jean-Luc Mélenchon. Ma per quanto forte, Mélenchon sembra oggi molto lontano dalla possibilità concreta di diventare il prossimo presidente della Francia nel 2027, almeno secondo la maggior parte dei sondaggi e delle proiezioni. Eppure, un importante sociologo francese è convinto del contrario: secondo Manuel Cervera-Marzal la vittoria di Mélenchon nella primavera del 2027 è non solo possibile, ma sarebbe addirittura lo scenario più probabile. E se avesse ragione lui?
In un articolo dal titolo “Yes, Mélenchon Really Will Win the Presidential Elections Next Year”, pubblicato su Verso, Cervera-Marzal sostiene che i sondaggi tendono a sottostimare l’elettorato di Mélenchon (giovani, classi popolari e astenuti intermittenti): un elettorato che spesso si mobilita tardi e che quindi “non si vede” nelle rilevazioni troppo distanti dal voto. Inoltre, Mélenchon viene da una crescita costante nelle presidenziali (2012→2017→2022) e ha già dimostrato di saper recuperare terreno nelle ultime settimane, grazie a dibattiti, grandi comizi e a una macchina elettorale ben oliata.
L’autore descrive anche una finestra politica favorevole: il campo macronista sarebbe in difficoltà nel trovare un successore capace di unificare il centro, mentre un centro-sinistra “ragionevole” sostenuto dai mass media non avrebbe la stessa struttura né lo stesso radicamento de LFI, che invece dispone di un’organizzazione solida e capillare. In un eventuale ballottaggio contro la destra radicale (Bardella/Le Pen), Cervera-Marzal invita poi a non considerare l’esito automatico: la sfida sarebbe inedita e una parte dell’elettorato moderato potrebbe convergere su Mélenchon. In questa prospettiva, sostiene, Mélenchon starebbe già lavorando su un registro più istituzionale e rassicurante, proprio per ampliare il bacino oltre la sinistra in vista di questo ipotetico ballottaggio.
Quanto al clima generale del Paese, l’autore aggiunge infine che la Francia sarebbe meno spostata a destra di quanto sembri: l’impressione di “destrizzazione” del paese dipenderebbe anche dal fatto che votano di più i gruppi sociali più stabili e privilegiati, e dal modo in cui media e politica riescono a far apparire alcune priorità come dominanti, anche quando gran parte delle classi popolari resta più orientata su welfare, uguaglianza e protezione sociale.
Cento mila socialisti in casa americana
A febbraio i Democratic Socialists of America (DSA) hanno superato i 100.000 iscritti, di cui quasi 14.000 nella sola New York. E proprio a New York il movimento ha ottenuto il suo risultato più clamoroso: l’elezione a sindaco di Zohran Mamdani, attivista DSA di lungo corso e artefice di una campagna elettorale rivelatasi estremamente efficace. Ma si tratta di un successo costruito anche dal basso, da migliaia di militanti spesso invisibili.
A spiegare come ci sono riusciti è il libro di Fabian Holt, Organize or Burn, che analizza la crescita dei DSA non attraverso i suoi volti noti, ma attraverso i militanti di base. Secondo il sociologo, il DSA non è un partito tradizionale, ma un “partito-movimento”, capace di unire attivismo dal basso, pressione elettorale e battaglie legislative.
Il pezzo How Democratic Socialists of America Has Developed Into a “Movement Party” spiega la rapida crescita del DSA negli ultimi dieci anni.
Chi vince e chi perde
Negli ultimi vent’anni, la politica nepalese è stata segnata soprattutto dal Partito Comunista del Nepal (Marxista-Leninista Unificato) e dal Partito Comunista del Nepal (Centro Maoista), dopo che la guerriglia maoista aveva contribuito in modo decisivo alla fine della monarchia. Le due forze comuniste hanno governato più volte il Nepal, contribuendo alla trasformazione del paese himalayano in una repubblica democratica, ma senza produrre trasformazioni socio-economiche profonde. Col tempo hanno inoltre prodotto un sistema di potere corrotto, andato in frantumi l’anno scorso con le proteste guidate dalla Generazione Z. La crisi è emersa con chiarezza nelle elezioni del 5 marzo 2026: il Partito Comunista del Nepal (Marxista-Leninista Unificato) è crollato al 13,44%, mentre il nuovo Partito Comunista Nepalese guidato dai maoisti si è fermato al 7,49%. Ha invece stravinto Balendra Shah, rapper ed ex sindaco di Kathmandu, figura centrista e populista che si appresta ora a governare il paese. Ma, come spiega Luca Mangiacotti, la sua promessa di “voltare pagina” resta incerta, con un programma tecno-ottimista e liberista che dovrà misurarsi con burocrazia, povertà ed emigrazione di massa.
Le elezioni legislative dell’8 marzo in Colombia hanno confermato il Pacto Histórico come principale forza politica del paese: la coalizione di sinistra del presidente colombiano Gustavo Petro ha rafforzato la propria presenza parlamentare, aumentando il numero di eletti sia al Senato che alla Camera, pur restando lontana dalla maggioranza assoluta dei seggi. Inoltre, per la prima volta, la maggioranza dei suoi eletti è composta da donne. In vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio, il quadro resta aperto e polarizzato, ma il candidato del Pacto Histórico Iván Cepeda, con la leader indigena Aída Quilcué come candidata alla vicepresidenza, vede ora più vicina una possibile vittoria dopo il buon risultato delle parlamentari, aumentando così le possibilità che l’attuale esperienza di governo della sinistra prosegua, con Cepeda alla presidenza al posto di Petro.
Extra, per chi ha tempo
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