L’inarrestabile Zack Polanski
Il nuovo volto dei Verdi britannici, Pechino che pianifica, elezioni locali in Francia e Spagna.
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siamo Jacopo Custodi e Salvio Calamera, questa è Sinistre, la newsletter che periodicamente ti porta l’essenziale di ciò che si muove a sinistra nel mondo.
Oggi parliamo del nuovo corso del Green Party nel Regno Unito, di pianificazione cinese, della crescita della France Insoumise e del declino di Podemos in Spagna.
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Si parte!
L’inarrestabile Zack Polanski
Da settembre 2025 i verdi di Inghilterra e Galles hanno un nuovo leader. Si chiama Zack Polanski: è ebreo e omosessuale, vegano e astemio, non prende l’aereo per evitare le emissioni inquinanti. A prima vista potrebbe non sembrare il profilo di un leader che sta trasformando il Green Party in un partito populista, spostandolo sempre più su un elettorato a basso reddito. E invece è quello che sta accadendo.
Polanski è un tipo che non ti aspetti: dice che bisogna riprendersi il linguaggio “rubato” dalla destra, che il vero populista è lui – mica Nigel Farage – e che la politica di sinistra deve rimettere al centro le disuguaglianze sociali e la gente comune. Che il vero nemico sono gli ultraricchi. E che concentrarsi troppo sulle scelte individuali in risposta alla crisi climatica rischia di avere più a che fare con il nostro ego che con la soluzione. Sostiene anche che Israele è responsabile di genocidio a Gaza, e ha un programma economico dalla parte della classe lavoratrice che l’Economist ha definito con terrore “corbynismo sotto steroidi”.
Da quando è stato eletto, gli iscritti al partito sono aumentati da 68.000 a quasi 220.000. La sua comunicazione è fresca, diretta e tagliente, capace di arrivare anche a persone meno politicizzate. Uno dei suoi slogan è: “Let’s Make Hope Normal Again” (Rendiamo di nuovo normale la speranza). Se volete capire di che tipo di comunicazione stiamo parlando, guardate questi suoi due brevi video diventati virali:
Il Green Party è in crescita costante nei sondaggi nazionali. E alle elezioni suppletive di Gorton e Denton di febbraio 2026 – storicamente feudo laburista, ma sempre più tallonato dall’estrema destra di Nigel Farage – Polanski ha sbaragliato entrambi, portando i verdi dal 13,2% preso nel 2024 al 40,7%. Ha battuto con più di dieci punti sia il Labour di Starmer che il Reform di Farage, eleggendo così Hannah Spencer, un’idraulica trentaquattrenne che aveva lasciato la scuola a 16 anni per andare a lavorare. Il discorso di Spencer dopo la vittoria trasmette una genuinità che non si vede spesso in politica:
Certo, la strada di Polanski non sarà tutta in discesa. Lo abbiamo visto con Jeremy Corbyn quando era leader del Labour Party: spostare a sinistra un partito moderato significa scontrarsi con resistenze interne e con un sistema mediatico ostile. La prossima grande sfida saranno le elezioni locali del 7 maggio. Intanto, se volete saperne di più di questo enfant prodige della politica inglese, leggete l’articolo di Lorenzo Tecleme: “È l’ora dell’ecopopulismo?”.
Chi ha paura della pianificazione?
Il Partito Comunista Cinese ha presentato di recente, durante le “Due Sessioni”, il 15° Piano Quinquennale (2026–2030): un documento che definisce come la Cina intende trasformare economia e società nei prossimi cinque anni. Il Piano punta a una transizione strutturale: da un lato stimolare i consumi interni; dall’altro ridurre la dipendenza dall’estero, rafforzando la sicurezza energetica e alimentare e la resilienza delle catene di approvvigionamento, in un contesto globale segnato da crisi e incertezze crescenti.
L’obiettivo più ambizioso è l’autosufficienza tecnologica, con investimenti massicci in ricerca e sviluppo e un coordinamento stretto tra Stato, imprese e centri di ricerca. È un approccio che ragiona su orizzonti lunghi e che contrasta con quello occidentale, spesso privo di una visione strategica di medio periodo, come nota Francesco Maringiò.
Secondo Francesco Schettino su Jacobin Italia, il modello cinese, che combina pianificazione e mercato, mostra che la pianificazione non è un relitto del passato, ma uno strumento utile per governare la complessità delle economie contemporanee. E mentre Pechino la rilancia come leva strategica per il XXI secolo, l’Europa resta ancorata a un modello centrato sulla competitività dell’export, spesso ottenuta comprimendo il costo del lavoro: una scelta che indebolisce la domanda interna, favorisce la deindustrializzazione e logora il tessuto produttivo. Per questo, insistono Matteo Gaddi, Nadia Garbellini e Roberto Lampa, anche in Europa servirebbe tornare a parlare di pianificazione strategica, per guidare il rilancio della domanda interna e la transizione all’energia pulita.
Chi vince e chi perde
Al primo turno delle comunali francesi del 15 marzo, La France Insoumise ne esce rafforzata, con alcune vittorie importanti e una presenza più competitiva in diverse aree del Paese. Ma si consolida ulteriormente anche il Rassemblement National di Marine Le Pen, mostrando così un paese polarizzato, al netto però di un’astensione al 42,8%, la più alta di sempre alle comunali francesi se si escludono le votazioni durante la pandemia.
Alle elezioni regionali spagnole di Castilla y León del 15 marzo, Podemos, un tempo astro della sinistra spagnola, continua il declino elettorale che lo caratterizza ormai da tempo, scendendo ora sotto la soglia psicologica dell’1%, ottenendo solo lo 0,7%. Ma le cose non vanno molto meglio neanche alla lista di Sumar, che si ferma al 2,2%, certificando la profonda crisi dello spazio alla sinistra del PSOE di Sánchez.
Extra, per chi ha tempo
La destra europea ama parlare di sovranità e interessi nazionali, ma la guerra contro Iran e Libano ha mostrato che, per quei partiti, vengono prima gli interessi di Stati Uniti e Israele. A rivelarsi il vero difensore della “sovranità” è stato invece il governo spagnolo di sinistra guidato da Pedro Sánchez. Su Jacobin Magazine (in inglese).
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